"ELETTRA VS CLITENNESTRA"

TORNA SABATO 5 MARZO IN SALA TICOZZI A LECCO
Torna a grande richiesta “Eletta Vs Clitennestra”, lo spettacolo teatrale nato da uno studio comparato sul mito condotto dall’attrice Elisabetta Molteni, che ne ha curato anche la regia. La 'Prima' è andata in scena lo scorso 20 giugno 2015, all’interno del Parco Monte Barro nella provincia di Lecco. Lo spettacolo ha poi replicato a settembre, riconfermando la location del Parco Barro, e a Milano, sul palco del Teatro Burri, all’interno del Parco Sempione; per l’occasione lo spettacolo patrocinato dal Comune di Milano, è stato inserito nel prestigioso portale di "Expoincittà", che ha raccolto i principali eventi culturali sul territorio milanese in occasione di Expo 2015
Nuova replica questa del 5 marzo, la prima del 2016, che vedrà la messa in scena presso la Sala Teatro Ticozzi di Lecco, con nuovi elementi e arricchimenti integrati alla storia messi a punto per l’occasione dalla regista. La serata del 5 marzo sostiene, inoltre, le opere di Medici Senza Frontiere nel mondo; l’ingresso sarà a donazione individuale da parte di ciascun spettatore in sala. Lo spettacolo è messo in scena dalla Compagnia del Lago School Teathre, la scuola di teatro della Compagnia del Lago, diretta da Elisabetta Molteni. I costumi sono stati disegnati da Rita Minniti, scenografa e costumista della Compagnia. L’appuntamento con “Elettra Vs Clitennestra”, è dunque per il 5 marzo alle ore 21:00 in Sala Teatro Ticozzi in Via Ongania a Lecco. Qui sedici personaggi calcheranno la scena di questa storia che vedrà figlia e madre protagoniste, in un rapporto di amore e odio che le condurrà insieme alla svolta tragica di questa opera teatrale.
Per ulteriori informazioni e notizie sullo spettacolo potete consultare il sito: www.compagniadellago.org o scrivere una mail a: info@compagniadellago.org.

PRENOTAZIONI: info@compagniadellago.org
Tel: 392.6080058

Sullo spettacolo dicono...

NOTA DI GIUSEPPE LEONE, CRITICO LETTERARIO
Il noto critico Giuseppe Leone ha scritto a proposito dello spettacolo:
"È uno spettacolo, questo di Elisabetta Molteni, che trae spunto dalle tante Elettre della tradizione tragica: da quella di Sofocle, alle prese tra la legge dello stato e la legge della famiglia che obbliga a vendicare il morto dentro le mura domestiche, a quella di Euripide, ròsa dai sensi di colpa e critica nei riguardi degli dei che la costringono al matricidio; da quella di Hofmannsthal, distrutta dall’odio generato in lei dal male patito che la trasforma da vittima in carnefice, a quella della Yourcenar, che si nutre di rancore e desiderio di vendetta. Il tutto a orientamento di un dramma che la regista ricostruisce nel segno del conflitto figlia-madre, al netto di qualsivoglia interpretazione ideologica e di ogni altro complesso di natura psicologica. " (G.Leone)



RECENSIONE DI KATIA ANGIOLETTI, DOCENTE UNIVERSITARIA E GIORNALISTA
Katia Angioletti, docente universitaria presso l’università Statale di Milano e giornalista, dopo aver assistito allo spettacolo ha scritto una recensione critica dedicata alla regista, che ha sviscerato dettagli di regia, centrando il simbolismo presente nel percorso, creato utilizzando anche dei rimandi alla pittura passata e contemporanea, consapevolmente inserita nelle scene e interpretata dai personaggi stessi:
"Oreste incede dal fondo della platea, verso una nebbia che via via si dirada, verso un destino che era nebuloso e che ora si svela in tutta la sua efferatezza, un destino che lo chiama, un destino che altri hanno scritto per lui. Un destino di vendetta costretta fatalmente a perpetuarsi, come pare suggerire la sua stessa presenza scenica, che apre e chiude ciclicamente lo spettacolo. Un destino di vendetta che renderà lui, vendicatore all’apparenza legittimo, oggetto dell’ira delle Furie, nell’affascinante dipanarsi di una mitologia che mai ammette una chiara distinzione tra vittima e carnefice. E forse questo spiega la sua esitazione iniziale, che tanto contrasta con la tenacia della sorella: l’Oreste di Davide Bacci ci appare smarrito e non può che seguire – non capiamo con quanta convinzione – la voce che lo incita alla vendetta, pallida eco delle invocazioni dilanianti della sorella Elettra, che lo attende a Micene, perché così prescrive l’onore. Perché così sancisce la legge degli uomini e degli dei capricciosi.
Elettra campeggia sul palcoscenico, avvolta in un’atmosfera sacrale sullo sfondo suggestivo di San Michele al Barro, nella luce della sera che va calando per lasciare spazio al buio (e buio è il proposito di vendetta che la fanciulla medita e cova): moderna madre-Madonna pagana e vendicatrice, tiene fra le braccia un fagotto che – lo capiremo a breve – si sostituisce al figlio che, prigioniera nella propria dimora, non potrà avere mai, e dunque è simbolo di quella vita di donna, moglie e madre che le spetterebbe e alla quale lei rinuncia in nome della vendetta.
Ma il fagotto cela una fune, ed ecco che la simbologia si complica, e la fune stessa, riavvolta pian piano, che la accompagnerà per tutta la durata dello spettacolo senza mai abbandonarla, diventa correlativo oggettivo del legame che non si riesce a spezzare, del lutto che non si accetta di rielaborare, della figura paterna ormai assente alla quale Elettra si tiene ostinatamente, e morbosamente, avvinta. Offre anche, tuttavia, una violenta ed esplicita allusione all’omicidio, pensiero ossessivo che, appunto, Elettra scalda e alimenta nel proprio grembo, quasi fosse quel figlio che è negato alla sua fertilità; e insieme, con un evidente ammicco alla psicanalisi froidiana, lascia intuire un rapporto non risolto di amore-odio nei confronti della madre, avversaria alla quale contende l’amore del padre Agamennone, nemica che quello stesso padre ha osato sottrarle, eppure madre pur sempre, e irrinunciabile.
Elettra attende, granitica nel suo proposito: colto, quanto opportuno, il rimando registico all’iconografia legata a Themis, “l’Irremovibile”, dea ancestrale della Giustizia, signora dell’oracolo di Delfi da ancor prima che Apollo fosse generato. Attende, morbida e impassibile come nella tela di Lidia Ferri: potenza devastatrice mascherata di un dolore tutto femminile che si raccoglie in se stesso e si accresce di ora in ora e aspetta il momento opportuno, l’istante fatale. Attende, e in lei si fondono la temibile Elettra di Sofocle, vendicatrice spietata, e l’Elettra più umana di Euripide, oppressa dal senso di colpa e ostile a quegli dei che la costringono ad un orribile atto contro natura. Si fondono l’odio dell’Elettra di Hofmannsthal e il rancore ossessivo dell’Elettra della Yourcenar, che non preserva Oreste dall’aberrazione del matricidio, pur amandolo come fratello e, forse, come figlio mai avuto.
È pertanto convincente la scelta di reduplicare in palcoscenico la protagonista, quasi a volerne mostrare le molteplici anime: quella più efferata e quella rosa dal senso di colpa, quella innamorata e quella avvelenata dall’odio, quella impaziente di portare a compimento il fato e quella ostile a quello stesso fato della cui imposizione mostruosa è succube. Brave le due interpreti, Arianna Caccia e Yaba Bedamone, a cui è affidato il compito non semplice di dare voce al dissidio di un’anima fra le più lacerate e laceranti dell’intera mitologia. E complementare a ciò il ruolo di Crisotemi-Costanza Sicola, sorella mansueta di Oreste e di Elettra, che non partecipa all’omicidio di Agamennone, ma neppure alimenta desideri di vendetta, e in un certo senso ci appare come l’alternativa rifiutata da Elettra: l’alternativa di percorrere la propria strada di fanciulla, donna, moglie e poi madre, di vivere in pace e dimenticare il male. Una “terza anima” rinnegata e violentemente criticata e derisa, forse inconsciamente rimossa perché allettante nelle sue lusinghe, ma inaccettabile e colpevole. Ma Elettra non è la sola a mostrare la propria natura ambivalente: anche Clitemnestra, emblema di crudeltà, Clitemnestra la traditrice, Clitemnestra l’assassina fedifraga, necessita di più di un’interprete per dare voce alle proprie ragioni, e Cinzia Caserini e Chiara Brebbia rispondono egregiamente al compito. Certo è vendetta, la sua, e una vendetta della specie più istintiva e animale, cruenta e rievocata spietatamente sin nel dettaglio della scure che colpisce il torace e poi il cranio di Agamennone. Ma interessante è andare ad indagare le ragioni che a tale vendetta conducono. È la vendetta di una madre a cui Agamennone ha sottratto la figlia Ifigenia per sacrificarla ad Artemide. È la vendetta di una moglie tradita, che attende il marito e lo vede tornare, trionfante, con la bella Cassandra come bottino di guerra. Con Cassandra, che è ancora giovane e desiderabile. Ed ecco che un tema deliziosamente femminile si insinua a portare la confessione della donna su un piano più intimo: ella ammette la paura di fronte allo scorrere del tempo e, in un corpo più giovane e concupito dall’uomo che ama e desidera, ritrova ciò che il proprio corpo sciupato dagli anni e dai parti non sarà mai più. Quasi per contrappasso, a Clitemnestra spetterà una duplice morte, per mano di ciascuno dei due figli vendicatori.
Non è semplice per lo spettatore schierarsi dalla parte del giusto: l’idea stessa di giustizia viene posta in discussione e i suoi confini si fanno labili. La giustizia è un concetto assoluto o relativo? Essa autorizza qualunque azione o è necessario un limite? O è necessario il perdono? Poco spazio è lasciato a questa ipotesi, del resto non contemplata dal mito, eppure il tableau vivant che segue all’omicidio di Clitemnestra da parte di Elettra, rimando trasparente alla Pietà vaticana, concede uno spiraglio a un’umanità che sembra sopraffatta da immonde costrizioni sociali e istinti spietati: pietà è richiesta a Oreste, dinnanzi al quadro di orrore che gli si para davanti; pietà è richiesta a Elettra e per Elettra, vittima del suo stesso desiderio di vendetta; pietà è richiesta a Clitemnestra per quella figlia che la rinnega, e per Clitemnestra, donna che ama, troppo e nel modo sbagliato, forse, ma ama; pietà è richiesta allo spettatore, davanti a un crimine che genera altri crimini, ma non si può né si deve giudicare. Pietà, forse, ma non redenzione: e le note dolci dell’Hallelujah di Leonard Cohen, risuonano, irridenti, laddove tutto è compiuto e ogni resurrezione è crudelmente negata. "
(K. Angioletti)

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